Riflessione sul Vangelo della domenica dedicata a Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo a cura dell’assistente unitario
e video saluto Don Samir ai ragazzi dell’ACR

 

A TUTTI I SOCI DI AZIONE CATTOLICA
(22.11.2020 – don Fabrizio)

Si conclude l’anno liturgico e nella solennità di Cristo Re, il Vangelo ci proietta verso le realtà ultime.
La fine di questo anno trascorso in compagnia di Matteo, il pubblicano divenuto apostolo, ci presenta il fine della vita dell’uomo.
Quel fine verso cui, sempre, dobbiamo tendere. “Il Cristiano -infatti- è chi ha scelto Cristo e lo segue. La vita cristiana è relazione personale con Cristo come unico Salvatore della propria vita e della storia. Accettare il suo insegnamento non basta; non basta neanche scegliere la sua vita come modello. Occorre aderire alla persona stessa di Gesù, condividere la sua vita e il suo destino, partecipare alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre. Camminare dietro a Cristo significa avere in noi gli stessi sentimenti che furono in lui, amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli” (Progetto formativo AC 2.6)
E la splendida pagina evangelica di questa domenica ce lo dice a chiare lettere: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre» (Mt 25,31-32).
Si parla di gloria, si parla di angeli, di trono ma alla fine emerge sempre l’immagine più bella di Dio cui siamo abituati: un pastore.
Un pastore che separerà le mansuete, docili pecore che amano restare in gregge, dalle testarde capre che amano scappare per rivendicare autonomia e indipendenza.
«Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”» (Mt 25,34)

Un invito: venite!
Tutta la vita dell’uomo è attraversata da questa chiamata, da questo appello che ci sarà rivolto anche nell’ultimo giorno.
Dall’inizio alla fine. Sempre.

“Benedetti del Padre”.
Detti-bene da Colui che è Padre (proprio come Gesù ci ha raccontato per un anno intero) e che, come il primo giorno in cui il primo uomo fu chiamato all’esistenza dalle sue mani creatrici, così anche alla fine dei tempi, Dio continuerà a stupirsi della sua creatura bella e buona, capace di bene, capace di suscitare la bene-dizione del Creatore.
«Ho avuto fame, ho avuto sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere»
Siamo benedetti ogni qualvolta ci accorgeremo che Dio abita la nostra ferialitá e continua ad avere il volto dei piccoli, degli ultimi, dei dimenticati.
Mangiare, bere, ospitare, vestire.
Un pezzo di pane, un sorso d’acqua, un vestito e la disponibilità a spalancare le nostre “porte”.
Mischiando tutti questi ingredienti che abitano la nostra quotidianità, ci accorgeremo che racchiudono la vita.
Nostra e degli altri.
Un ordinario che diventa straordinario.
Un oggi che è già futuro.
Una vita che profuma di Vita.
Un Paradiso alla portata di tutti.

E per coloro che non avranno capito che l’eterno abita l’effimero, per coloro che non avranno riconosciuto Dio vestito di ferialitá nel volto dei bisognosi, la sentenza sarà dura: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,41).
E a “maledirli” non sarà Dio che ha solo parole di benedizione, ma le opere che non hanno compiuto, la vita che non hanno vissuto e che hanno negato anche agli altri: «ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,42-43)
E ci sarà di che disperarsi quando ci accorgeremo che la salvezza era più vicina di quanto pensavamo: nella dispensa con il pane, in un bicchiere riempito d’acqua, nei nostri armadi stracolmi di vestiti e nelle porte spalancate come le braccia di Colui che dalla croce ci mostra come si ama, come si regna, come si vive.
E sarà inutile difendersi: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?» (Mt 25,44) perché dimostreremo, ancora, di non aver capito.
Non si tratta di servire Dio ma di amare il fratello.
Concludo con un augurio per il nuovo anno liturgico, per il nuovo anno associativo che già si intravede all’orizzonte: “lavorate senza posa, pregate senza posa, ma soprattutto amate, amate, amate!”
Sono parole belle di Armida Barelli, parole di chi ha compreso che il Vangelo è cosa seria e deve investire “senza posa” tutta la nostra vita.
Cristo regni!